Era il “vivente lessico romanesco” per Pier Paolo Pasolini, una sorta di ‘traduttore d’anime’, colui che gli fece da consulente dialettale già dai primi anni ’50 per i suoi romanzi ‘Ragazzi di vita’ e ‘Una vita violenta’, quando il poeta friulano era appena giunto nella Capitale. Sergio Citti, di cui oggi viene allestita la camera ardente nella Protomoteca in Campidoglio, era malato di cuore da tempo e se n’è andato in silenzio, a 72 anni, nella sua Ostia che diede il titolo al suo primo film, ignorato dai più mentre i suoi veri amici (Laura Betti e David Grieco in primis) avevano aperto due anni fa il conto corrente ‘Forza Citti’ per aiutarlo.

Se il più noto fratello Franco diventò l’immagine di quel proletariato schietto e ingenuo così caro a Pasolini (e molti ancora lo confondono con lui), Sergio ne incarnò invece la parola: «Pongo Sergio tra Sandro Penna e Moravia” sosteneva Pier Paolo – A Sandro Penna egli assomiglia per la totale e quasi santa libertà, l’anarchia assolutamente priva di aggressività, così naturale da non opporsi in alcun modo allo stato di vita degli altri (tutti schiavi!) come alternativa: a Sergio non salterebbe mai in mente di pretendere di offrirsi come esempio o di fare l’apostolato (ch’è sempre terroristico) della sua anarchia. A Moravia egli assomiglia per la rapidità dell’intelligenza e il pessimismo».

Fu proprio lui a farlo avvicinare al mondo del cinema, consigliandolo a Bolognini per la sceneggiatura de ‘La notte brava‘ e l’anno successivo a Franco Rossi per ‘Morte di un amico‘. Da allora il sodalizio con Pasolini fu ininterrotto: collaborò alla stesura dei dialoghi di ‘Accattone’ e ‘Mamma Roma’, divenne aiuto regista per ‘La ricotta’, ‘Uccellacci e uccellini’, ‘La Terra vista dalla luna’, ‘Che cosa sono le nuvole?’. Nel 1970 ecco il grande passo: la prima regia, con la supervisione del maestro, di ‘Ostia‘, un esordio secco, ruvido, non conciliato, su due fratelli gay, i lestofanti Rabbino e Bandiera, che invitano nella loro casa fatiscente di Ostia una donna misteriosa capace di far scagliare l’uno contro l’altro i protagonisti pazzi di gelosia e causare il fratricidio finale.

Film da non vedere in tv (dove viene tagliata la scena dello stupro – peraltro in campo lungo e quasi invisibile – del nonno ai danni della madre cattolica poi diventata pazza), conteneva in nuce tutte le peculiarità del cinema futuro di Citti, quelle ‘storie scellerate’ di un’umanità allo sbando, di Armate Brancaleone senza arte né parte aggrappate alla vita con tutta la loro forza, a cui il tocco grottesco del regista conferiva un tono straniante e sardonico spesso irresistibile.

Sceneggiò insieme a Pupi Avati il capolavoro terminale di Pasolini, ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma‘. Citti fu anche uno dei più abili assemblatori di cast del cinema italiano: dalla combinazione vincente Noiret, Melato, Proietti e Gassman della bizzarra favola triste sui suonatori Pippo e Peppe abbandonati dal figlio Piripicchio nel malinconico ‘Due pezzi di pane’, al più improbabile e sorprendente assortimento di attori mai visto in ‘Casotto‘, delirante kammerspiel ormai cult ambientato interamente nella cabina 19 di una spiaggia ostiense in un torrido agosto: Placido, Proietti, Stoppa, Tognazzi, Melato, Deneuve, Croccolo e financo una Jodie Foster giovanissima. Lanciò poi un Benigni ancora semisconosciuto con ‘Il minestrone‘ (1981) prodotto per la Rai che lo sezionò orribilmente in tre puntate e nei dieci episodi di ‘Sogni e bisogni’ (1985) scremò il meglio del parco attori allora disponibile: Tognazzi, Proietti, Verdone, Villaggio, Nichetti, Montesano, Nuti, Masina e Di Benedetto.

Quanto mai curioso anche il cast del successivo e truce ‘Mortacci‘ (imposto però dai produttori): oltre agli habitués Melato e Gassman anche Malcolm McDowell, Carol Alt, Sergio Rubini, Alvaro Vitali, Andy Luotto, Nino Frassica, Aldo Giuffré e i gemelli Ruggeri. Con ‘I magi randagi‘ del 1996 vinse un Nastro d’Argento per il miglior soggetto recuperando un vecchio progetto di Pasolini, ‘Porno-Teo-Kolossal’, ma i lavori successivi passarono quasi inosservati: ‘Cartoni Animati‘ del 1998 diretto insieme al fratello Franco, con un Fiorello rasta nei panni di un barbone; il melò matarazziano ‘Vipera‘ (2001), scritto a quattro mani con Vincenzo Cerami (ma già abbozzato prima di ‘Ostia’ col titolo ‘Un’ombra di pietà’, doveva addirittura essere il suo film d’esordio) con un Harvey Keitel santo ubriacone e Giancarlo Giannini gerarca fascista poi convertito al comunismo; infine ‘Fratella e sorello‘, clamoroso flop al botteghino con Claudio Amendola e Laura Betti.

Non è riuscito a festeggiare il trentennio della morte del suo grande amico Pier Paolo, sarebbero bastati venti giorni: ma non è detto che uno scambio di bare (di pessimo gusto, truce e malvagio come sarebbe piaciuto a lui) non ci faccia credere che era tutto uno scherzo come capita a Vitali e Giuffré nel crudelissimo ‘Mortacci’.
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