
Tutto è pronto per l’inaugurazione, col cocktail di benvenuto alle 18 di domani presso il Teatro Strehler, del 24esimo Festival Mix di Milano, la cinerassegna queer più attenta alle contaminazioni di generi, sessuali e non, con un occhi particolare a musica e letteratura (djset a rotazione tutti i giorni e i celebri incontri “Brain & Sexy” dedicati ai libri con Diego e la Pina). Al timone, come sempre, il capace Giampaolo Marzi.

L’intrigante “filtro d’amore” con cui viene presentato il programma, variegata cinemiscela tutti-gusti con la passione come chiave comune (21 lunghi, 12 doc e una sessantina di corti), vanta alcuni ingredienti di primissima scelta assolutamente imperdibili quali la prima nazionale, venerdì sera, della sorpresa omosex di Sundance e Berlinale, lo sperimental/lisergico “Howl” di Rob Epstein e Jeffrey Friedman sul grande poeta beat Allen Ginsberg e il processo per oscenità che dovette subire nel 1957 per il suo capolavoro, “L’urlo”, inimitabile feticcio letterario della controcultura americana.

Per la prima volta estivo e non tardo-primaverile, il Festival Mix non poteva scegliere titolo migliore per l’apertura, “Plein Sud” di Sébastien Lifshitz che sarà presente in sala, accattivante commedia drammatica dalla doppia anima, una solare come l’ambientazione mediterranea della Francia meridionale e una più cupa e introspettiva, malinconicamente torturata com’è nello stile del regista e del suo fedele sceneggiatore Stéphane Bouquet (qui collabora anche Vincent Poymiro, coautore di “Tehilim”). Non aspettatevi quindi una disimpegnata commediola vacanziera: qui c’è spessore e sguardo autoriale, mai pago nello scrutare il misterioso protagonista ventisettenne, Sam (il fascinoso Yannick Renier, gemello bruno della coppia ‘dardenniana’), in viaggio su una scassatissima Ford verso la Spagna dove desidera raggiungere la madre che non vede da una vita ed è appena uscita dall’ospedale psichiatrico.

La pistola che nasconde nel bagagliaio è legata a un segreto ‘pesante come il tutto’, con cui è difficile convivere, su una tragedia famigliare che risale alla sua infanzia e ha sconvolto tutti i suoi componenti. Sarà l’incontro con due autostoppisti svagati e vitali, la prorompente Léa (Léa Seydoux), baby Bardot sessualmente inquieta, e il fratello gay Mathieu (Théo Frilet), a cui si aggiunge un ragazzotto boccoluto trainato da Léa, Jérémie (Pierre Perrier), a infondere vitalità al solitario Sam che non resta indifferente alle esplicite seduzioni amorose del romantico Mathieu: preparatevi alla scena di sesso gay più fiammeggiante della filmografia di Lifshitz, forse ancora più intensa di “Presque Rien” perché inattesa e percorsa da un inconsueto furore erotico.

Ma il vero viaggio lo compie Sam nel profondo delle sue contraddizioni e del suo passato irrisolto, colmo di interrogativi senza risposta su una figura paterna che incombe sulla sua coscienza come un demone foriero di angosce implacabili. Un road movie ruvido e non conciliato, percorso da una tensione costante che si stempera solo nel liberatorio finale, con personaggi credibili perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, dal fascino un po’ schizoide e non allineato.
Non perdetevelo.
