PADOVA – Sogni di un rockettaro fallito che vaga per la Bassa, nella profonda provincia veneta, alla ricerca del fantasma di Morrissey e che finisce per trovare se stesso. Potrebbe essere questo “Il margine sugli ossibuchi” (Robin edizioni), secondo romanzo di Davide Tessari, se in mezzo non ci fossero un ballerino russo, un’orchestra di liscio, il rapimento della figlia di un boss della mala del Brenta, e soprattutto una irriverente e disincantata lettura del fenomeno Nordest. Cioè quella terra che, solo perché produce in un anno più ricchezza dell’intero Portogallo, è da tutti considerata un posto moderno e multiculturale.

Seguendo Marcello, il protagonista del romanzo, si scopre invece un Veneto un po’ più vero, quello che: «Uhhf… che noia essere froci di campagna. Non succede mai niente… Ah, se solo ci fosse un Veltroni pure qua, a ravvivare le cose…». Marcello ha 30 anni, è gay ed è nato ad Anguillara Veneta, comune del padovano, famoso solo per le sue colture di patate americane. E’ in rotta con i genitori, mandato via di casa dopo il suo coming out; è in rotta con la sua band, gli Eutanàsia, la miglior cover band degli Smiths del triveneto; ed è in rotta anche con Ettore, il suo compagno, che ha un nuovo amore e non lo vuole più in casa. Insomma Marcello è costretto a togliersi la maschera di Morrissey, cominciare a crescere e credere in se stesso.
L’autore Davide Tessari, 36enne, eterosessuale, veneziano, ha un’etichetta di “scrittore operaio” stampata addosso, perché nonostante il successo del suo primo libro “Nordest Hotel”, continua a lavorare come chimico, dopo aver passato molti anni come operaio al Petrolchimico di Marghera. Stasera sarà all’Arcigay “Tralaltro” di Padova per presentare il suo secondo lavoro.
Davide, come è nato questo secondo libro e come nascono in genere le tue opere?
Ogni storia che scrivo nasce dalla fascinazione provata verso determinati luoghi o situazioni (penso alla Norvegia di Nordest Hotel o al sottobosco musicale e umano del Margine) e il bisogno di una sorta di inevitabile resa dei conti con il mio passato, i miei luoghi, i miei sentimenti. Cerco sempre di scrivere tenendomi in equilibrio tra il bisogno di esplorare tematiche che mi ispirano e mi coinvolgono e la necessità di affrontare cose che in qualche modo conosco.
Tanti adolescenti gay si sono identificati nel personaggio di Morrissey così come Marcello, il protagonista del tuo libro. Perchè hai scelto l’ex leader degli Smiths come suo alter ego? E quanto la musica degli anni ’80 ha influenzato le tue pagine?
Adoravo gli Smiths e mi è sembrato subito naturale un parallelo tra Morrissey e Marcello. Morrissey ha visto sciogliersi gli Smiths in modo anche un po’ traumatico, ha condotto una carriera solista artisticamente altalenante, ha sempre avuto atteggiamenti un po’ snob, a volte fuori dal tempo, ha coltivato ambiguamente le voci sulla propria presunta omosessualità, con lui non si riusciva mai a capire dove finisse l’artista tormentato e a volte donchisciottesco e iniziasse il furbacchione arrivista… Insomma, mi sembrava l’ideale modello per un protagonista come Marcello. Se poi consideriamo che nei testi di Morrissey ritroviamo tutte le tematiche che attraversano l’esistenza di Marcello, ecco che la fonte d’ispirazione non poteva che essere lui. Quanto alla musica degli anni ’80, ha inevitabilmente un compito fondamentale nel romanzo. E’ una coperta di linus, una zattera di ricordi alla quale si aggrappano molti protagonisti. Forse mi sbaglierò, ma ho quasi l’impressione che quel decennio sia stato l’ultimo nel quale la musica, pur tra i suoi alti e bassi, ha rivestito un ruolo così importante per un’intera generazione.
Marcello è un trentenne gay che vive in un paesotto di provincia. Quanto è accettata oggi l’omosessualità nel Veneto delle partite Iva e dei capannoni? E quanto esiste ancora quella morale veneta che per anni ha fatto sì che nella regione neanche si parlasse di gay e lesbiche?
E’ difficile dare una risposta a questa domanda senza cadere nel generico. Credo che influisca ancora molto la diversa percezione che si ha dell’omosessualità in classi sociali, anagrafiche e culturali molto diverse tra loro. Io ho la speranza che le cose, in questo caso, siano in continuo miglioramento. Provengo da un ambiente sociale e lavorativo dove dare dell’omosessuale è ancora la più diffusa “offesa” che si può recare ad un collega, anche se in maniera scherzosa: questo però sta a significare anche che ha perso molto della sua causticità, e sono convinto che un omosessuale verrebbe poi accettato tranquillamente, senza nessun problema. In questi casi, a volte, le persone sono migliori di quel che vogliono apparire. Credo poi che una certa ambiguità di fondo, nella “morale” veneta, rimanga. Ne parlavo ampiamente in Nordest Hotel laddove la sbandierizzazione della sessualità diffusa nel territorio (pensiamo alla prostituzione o al proliferare esponenziale dei lap dance) può far pensare ad una definitiva secolarizzazione della morale. Invece tutto questo rischia di diventare uno schermo fasullo, la sessualità light e giocosa, un tanto al chilo, come una qualsiasi merce, che dopo un po’ non “disturba” più nessuno e che finisce per coprire ben altre “attività”, quelle sì davvero indicibili, per non dire inconfessabili.
Cosa pensi del Pacs e di una legge che regoli le coppie omosessuali? Potrebbe migliorare la situazione?
Credo che i Pacs siano un indispensabile tassello di civiltà e progresso. Fa specie, per non dire di più, che si debba combattere per rivendicare diritti che in gran parte d’Europa sono sacrosanti. Tutto ciò è misura del degrado sociale e politico nel quale annaspa questo paese. Penso anche che la battaglia sui Pacs non debba coinvolgere solo la comunità gay, ma anzi, debba essere il catalizzatore, l’occasione, per allacciare rapporti ancora più stretti con tutta la società civile.
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di Claudio Malfitano
