PISA – Tra gay e mondo della moda c’è uno strano rapporto: da un lato l’immagine stereotipa vuole il gay vittima dei consigli del mondo del fashion, dall’altra le grandi firme hanno sempre snobbato la comunicazione diretta con il mondo omosessuale. Fino a ieri: da pochi giorni infatti Versace ha deciso di avviare una campagna su Gay.it che rappresenta la prima occasione di interazione commerciale tra un marchio della moda e un media omosessuale. L’idea è stata di Andrea Tremolada direttore marketing di Versace, a cui abbiamo rivolto alcune domande.
Siete la prima azienda della moda italiana che investe su un media gay; come è nata questa scelta?

Per noi è un target di riferimento, lo è sempre stato anche negli anni passati. Ora avevamo bisogno di riavere visibilità su un target che ci ha praticamente dimenticato che comunque è un trend-setter. Perché qualsiasi trend nasce in ambiente gay: i gay sono i primi, sono i fanalini di esplorazione, generalmente sono sempre 24 mesi avanti a quello che farà il grande pubblico. Parlo anche solo di turismo, di viaggi, di località eccetera. Se un locale è in, è trend, lo fanno diventare tale i gay. Il resto della popolazione ci arriva in ritardo. D’altronde i gay hanno molto più tempo libero, più soldi da spendere e sono anche molto più indipendenti. E anche molto più liberi di idee.
C’è un ritardo della moda, e di quella italiana in particolare, su internet?
Stranamente sì. La moda, che è generalmente molto avanti, non ha saputo recepire il fenomeno internet. Utilizzare internet permette a livello creativo di lavorare in tutte le direzioni; la moda invece è ancorata alla carta stampata e non ha mai creato delle immagini o dei filmati ad hoc per internet. E così perde delle occasioni: la moda in televisione ad esempio è noiosissima, non si può guardare una sfilata, però internet permetterebbe una interattività e una forma di comunicazione molto adatta; penso a delle sfilate in diretta con possibilità di interagire con il backstage. È strano che non si sia saputo sfruttare queste potenzialità e spero che, viste anche le risorse economiche e creative immense di cui dispone, sappia recuperare questo gap. La moda è stata lenta anche a usufruire delle vendite online su internet eppure ci sono intere categorie merceologiche, come gli occhiali o gli accessori, che sono facilmente vendibili. In America questo avviene e anche con prodotti ad alto costo, cioè si riescono a vendere online anche accessori da due, tremila dollari; in Italia ovviamente siamo sempre in ritardo.
È un problema della moda italiana in particolare o della moda in generale?
In generale. L’unico gruppo che ha un sito di vendita online…
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In generale. L’unico gruppo che ha un sito di vendita online mantenuto direttamente dall’azienda è Gucci.
Parliamo del rapporto tra la comunità omosessuale e quei marchi della moda italiana fortemente legati all’identità gay, magari per l’orientamento sessuale di chi li ha creati…
Capisco, io lavoro per una azienda il cui fondatore viveva dichiaratamente la propria omosessualità quindi un’azienda decisamente gay-friendly.
Come mai questo rapporto tra gay e moda italiana non è mai stato particolarmente fecondo?
Per quanto riguarda questa azienda non è così. Noi abbiamo fatto e facciamo pubblicità su alcuni media gay americani…
Quindi è un problema di media italiani?

Assolutamente. Parliamoci chiaro: a livello di carta stampata, visto che noi abbiamo lavorato soprattutto su quella, non abbiamo un media di rilievo. In Francia c’è Tetu, in Spagna Zero, in America c’è Out. Il problema però non è che non ci sono editori ma che non ci sono lettori: in Italia quanti sono quelli che vanno in edicola a comprare un magazine gay?
Se non c’è, non si può sapere se lo comprerebbero.
Non si può sapere ma si sa quanti sono gli accessi al vostro sito e sono pazzeschi. Da casa è tutto molto più facile. Diciamo la verità, per un certo target, che è poi il nostro, internet ha soppiantato il giornale. Il giornale è vecchio nel momento in cui l’hai comprato; se sei abituato a internet hai una forma di comunicazione molto più immediata e veloce. Io ho la fortuna di poter utilizzare entrambi e leggo entrambi se ho tempo: trascorro del tempo su internet e del tempo col giornale in mano. Però non tutti lo fanno.
Tornando al discorso dell’arretratezza, secondo te riguarda di più il mondo gay o della moda?
L’arretratezza è più in chi occupa la mia posizione. Ti parlo da manager e da pianificatore; in questo campo devi avere il coraggio di procedere in direzioni nuove.
E quindi non c’è arretratezza nel mondo gay dal punto di vista dell’offerta di media?
Certo, sicuramente. Però ci sono alcuni media che i gay comprano, come CQ, che non sono dichiaratamente gay ma hanno un loro ruolo. Le opportunità in fin dei conti ci sono.
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