ROMA – Sarebbe riduttivo considerare l’esperienza del Gay Village alla stregua di una mera manifestazione-spettacolo dell’estate romana; anche per questo abbiamo incontrato Imma Battaglia e Federico Assenza, per fare un bilancio finale e tentare una lettura dei numeri che Gay Village ha espresso, per capire come è stato possibile gestire un meccanismo così complesso ed articolato.
Federico Assenza, 28 anni, si occupa di entertainment da quasi 6 anni a Roma, ed è intenzionato a promuovere l’imprenditoria gay di questa città sostenendo anche in modo parallelo progetti di natura socio-politica che lo vedono interessato e coinvolto. Gli abbiamo chiesto di tirare un po’ le somme e di tracciare il profilo commerciale della manifestazione più riuscita e dunque più chiacchierata dell’estate romana.
«Gay Village dal mio punto di vista che l’ho pensato, progettato e organizzato, a conti fatti devo ammettere che è stato un successo sia commerciale, sia mediatico che politico.»
Ma come è nata l’idea di un Villaggio Gay a Roma?
L’idea di Gay Village è nata da una chiacchierata informale tra me e Imma Battaglia il 7 luglio del 2000, immediatamente dopo la fine del World Pride 2000, laddove facemmo delle considerazioni sulla necessità di patrimonializzare l’esperienza politica del Pride e di trasformarla in un’occasione di iniziative non solo imprenditoriali ma anche di visibilità, creazione occupazionale, offerta di servizi e di intrattenimento per una comunità gay romana e nazionale, che ancora viveva in una situazione sclerotica di lotta politica, fatta secondo schemi partitici nei quali francamente io non mi riconosco più da anni.
Quindi è un’idea che avevate in cantiere già da due anni?
Si, abbiamo fatto patrimonio della nostra esperienza professionale, su Roma con i marchi Gorgeous e The Venus Rising, è un quinquennio che organizziamo party dichiaratamente gay in location non istituzionalmente gay, con notevole successo. Dopo il Pride 2000 abbiamo capito che i tempi erano maturi per rendere le nostre attività e quelle delle persone che facevano impresa nel settore gay, unitarie, durature nel tempo e strutturate con una fisionomia che fosse riconoscibile sia dai gay sia da chi non è gay, per venire a scoprire le nostre capacità organizzative, le nostre metodologie aggregative e la nostra linea culturale per quanto riguarda l’intrattenimento e la proposta.
Questo è un po’ il processo storico e culturale che ha portato alla nascita dell’evento, ma dal punto di vista pratico come sono andate le cose? Diamo qualche numero.
Gay Village è stata un’esperienza di 45 giorni (1 Agosto – 15 Settembre) che ha movimentato quasi 140.000 persone, 68% maschi 30% femmine.
Dal punto di vista economico è realistico il dato di 40.000.000 milioni di vecchie lire a serata solo per non andare in perdita?
«Direi di sì, ed è stato un risultato ottenuto solo sulle nostre forze. Gay Village, e ci tengo a sottolinearlo bene, è stata un’iniziativa imprenditoriale totalmente autofinanziata e privatistica. Non è passata in nessun caso per strumenti di finanziamento pubblico.
Ha movimentato una mole mai vista di persone, ha proposto servizi per 9 ore al giorno per un totale di 405 ore di apertura proponendo cinema, teatro, ristorazione, discoteca, musica dal vivo e intrattenimento vario. Ha ospitato le associazioni e i locali gay di quasi tutta Italia. Insomma si è configurato come un successo sia di pubblico che di entrate economiche. Ma rispetto alla performance realizzata i costi sono stati molto alti.»
Quale è stato l’ostacolo più grande?
I costi altissimi. Questo perché siamo stati soli, e siamo dovuti passare per le vie dell’imprenditoria. Gay Village lo ribadisco è stata una coproduzione Best Events e Testaccio Village che era il nostro partner commerciale nonché detentore dell’area e questo ovviamente ha rappresentato un costo non indifferente: il 50% dell’utile netto di tutta l’operazione. Questo è stato il prezzo pagato al fatto che la comunità omosessuale non è organizzata ad affrontare episodi di entertainment come questo, e poi abbiamo pagato anche un prezzo della fiducia. Siamo andati alla ricerca di finanziamenti privati sentendoci rispondere sempre che l’idea era interessante ma pur sempre un salto nel buio, non c’è stata assolutamente concessa fiducia sul progetto.
Cosa vuoi dire a chi all’epoca ti ha chiusa la porta in faccia?
«Oggi le cose sono diverse, abbiamo una rassegna stampa grande quanto l’elenco di Roma della Telecom, e andare dalle aziende significa presentarsi con un biglietto da visita che propone risultati concreti. Insomma oggi godiamo su una credibilità che si fonda sul risultato. Gay Village ha dato lavoro a circa trecento persone: non credo sia un dato imprenditoriale di poco conto, questo significa muovere l’economia, e poi abbiamo mantenuto rapporti eccellenti con tutti i fornitori che per la prima volta nella storia sono stati saldati a fine manifestazione. Questo è un risultato che ci rende fieri dei rapporti aziendali con le altre strutture, con i nostri dipendenti e con i ragazzi del DGP. Il valore aggiunto dell’aiuto di DiGayProject e dell’associativismo è stato un dato dominante in termini di energie umane e di operatività, senza il sostegno dei volontari DGP avremmo avuto sicuramente più problemi.
Per quanto ci riguarda, essere gay significa essere in questa società in modo costruttivo e fattivo in termini di lavoro e di capacità professionali spese e non solo manifestare la propria omosessualità e rivendicare diritti, perché la rivendicazione dei diritti passa anche attraverso le cose fatte.
Non ti sembra un po’ un controsenso che un diritto in quanto tale passi per le cose fatte?
«No, non lo trovo affatto un controsenso, tant’è vero che se il Sindaco e il Comune sono venuti da noi lo hanno fatto davanti all’evidenza dei fatti: Gay Village esiste come realtà commerciale organizzata, un business ben fatto e altamente remunerativo, come dichiarato dal primo istante, e ha una valenza politica notevole: quando muovi 140.000 persone intorno ad un fenomeno che si chiama Gay Village e che è situato al Centro di Roma è da miopi e ottusi non volerne vedere la valenza politica. E’ stupido pensare che per rivendicare il proprio diritto ad esistere e ad avere pari opportunità non si debba passare per l’affermazione di se’ attraverso la propria opera.
Guardando al futuro, puoi dirci qualcosa sulla seconda edizione del Gay Village, qualche anticipazione.
La prossima edizione partirà il 29 Giugno del 2003, con buona probabilità la location sarà la stessa, ma avrà una durata di due mesi: dal 29 Giugno al 1 Settembre. Permetteremo ai partners che hanno occupato le aree commerciali di essere più autonomi, la gestione di quest’anno è stata diretta, tutte le attività sono state gestite da noi. Dalla prossima edizione cercheremo di responsabilizzare tutti quegli imprenditori gay che vorranno partecipare all’iniziativa, cedendogli in toto la gestione dei propri spazi. Ci sarà sicuramente una valutazione più attenta degli operatori da coinvolgere fatta su parametri di natura qualitativa e una attenzione gestionale più accorta per evitare gli sprechi infiniti che ci sono stati quest’anno frutto dell’inesperienza. Diversificazione delle formule di vendita per permettere a tutti di avere accesso alla manifestazione. Una comunicazione più forte a livello internazionale visto che abbiamo avuto il 15% di presenza estera, il prossimo anno puntiamo realisticamente al 30/35% di visitatori stranieri, il che significherà costi maggiori. Questo è il quadro pratico-commerciale dell’evento Gay Village, vogliamo parlare ora delle reazioni che ha avuto la Comunità Gay romana, di cose ne sono state dette tante, a volte con inesattezze, e il Gay Village non ha mai avuto modo di replicare pubblicamente, quale miglior occasione?
«Le critiche a questa manifestazione ci sono state e sono state pesanti – Assenza prende la parola dopo un’occhiata di intesa con Imma Battaglia che aspetta di dire la sua – la comunità gay romana, sia per chi fa economia sia per chi fa politica, si muove per valori assoluti e schemi indiscutibili. Di fatto io penso che avendo aderito al Gay Village moltissime realtà del panorama gay romano, per altro in maniera entusiastica tant’è che già si sono riproposte per prossima edizione, credo che sia chiaro che abbiamo creato un precedente anche nuovo nel modo di aggregare idee e persone. Abbiamo stabilito il principio per cui fare tutti insieme non significa sottrarre qualcosa a qualcuno ma semplicemente incrementare.
Io stesso ho proposto al Circolo Mario Mieli in un incontro che abbiamo avuto ieri con il Presidente Massimo Mazzotta, Moretto e Andrea Giuliani di rivedere la logica organizzativa del Pride in seguito a una polemica assurda da loro tirata fuori su una dichiarazione di Imma Battaglia sull’inutilità del Pride. Falso. Imma come poi avrà modo di spiegare meglio lei stessa, ha detto che il Pride non è più sufficiente che è ben diverso dal sostenere che non è più necessario. La lotta politica oggi a nostro avviso passa anche per altre iniziative e organizzare una manifestazione come il Pride che è volontà della comunità intera, deve necessariamente riunire intorno al tavolo dell’organizzazione tutte quelle realtà che aderiscono al Pride, altrimenti parliamo del Pride del Circolo Mario Mieli e non della Comunità romana. Ho proposto di organizzare un Pride a compartimenti: aspetto politico di competenza delle associazioni politiche e aspetto ludico, di intrattenimento di competenza di chi questo lavoro lo sa fare bene e da anni. Ho proposto anche al fine di finanziare la manifestazione stessa, di organizzare una festa in un’area molto grande che coinvolgesse tutti gli operatori in un unico luogo, il Palaeur piuttosto che un altro grande spazio, mi è stato risposto che questo non è fattibile perché la linea politica non può essere condizionata dall’aspetto economico dell’evento. Moretto stesso si è alzato chiudendo la riunione con una frase ben precisa: è evidente che siamo distinti e distanti. Quindi da parte nostra la mano tesa c’è stata, come è stata tesa a suo tempo nel tentare di coinvolgere il Mieli nell’evento Gay Village, la porta è rimasta sempre chiusa ma da parte loro.»
«Quello che volevamo costruire era un luogo aperto a tutti – sottolinea Imma Battaglia – non è un caso che l’organizzazione all’interno fosse divisa in settori. Ci siamo mossi da una parte sull’intrattenimento tradizionale, dall’altra sulla cultura: abbiamo fatto teatro, sport, cinema e l’angolo dei bambini. Se questo è un ghetto, qualcuno mi deve spiegare cosa è un ghetto.
Alla Conferenza Stampa di presentazione del Gay Village, dove era presente il Direttore del mensile AUT, Gabriele Bonincontro, ho detto e ripeto ora, che è necessario per arrivare ad un processo di totale affermazione della Comunità omosessuale, che vuol dire cultura e diritti, affiancare al Pride, che resta una iniziativa di rivendicazione con uno specifico storico, iniziative sempre più imponenti su tutto il territorio nazionale che trasformino la questione omosessuale in una questione di maggioranza e non di allargamento della minoranza. Minoranza significa che qualcuno mi tollera o mi permette di; se noi vogliamo arrivare ad una totale parità c’è bisogno di affermare una comunità e una cultura, io credo in questo e certamente in questo senso non basta il Gay Pride. Io andrò comunque al Pride di Bari, per il grande senso politico che ha questa manifestazione al meridione, come donna meridionale e come attivista omosessuale sarò presente, questo è ovvio. Ma al sud c’è ancora tanto da fare e oltre al Gay Pride c’è bisogno di iniziative come il Gay Village. Iniziative come le discoteche o MuccaAssassina ben vengano ma non dimentichiamo che sono parte di un processo politico e commerciale. MuccaAssassina, e io sono una di quelle che l’ha fondata, è un fenomeno commerciale che fa un commercio preciso, crea una struttura economica al fine dei Diritti, quindi io credo che sia giustissima, ha avuto un ruolo politico e sociale a Roma e non solo. Questo deve poter avvenire anche a Campobasso, Potenza e in generale al Sud.
Abbiamo avuto la fortuna di avere un’amministrazione come quella Veltroni, amica, che vuole fare di Roma una città per tutti e il suo approccio alla politica è culturale e costruttivo, particolarmente attento a tutti i problemi della città. Veltroni ritiene come noi che un percorso dei diritti passi per un percorso di affermazione di una comunità. Cosa che io condivido totalmente e tra l’altro ho fatto campagna elettorale per Veltroni, giacchè si dice che sono diventata di Destra, perché lo stimo e lo considero moderno e attento e soprattutto una persona che costruisce alleanze, da soli ricordiamoci che siamo niente. La politica è cambiata, amministrare è cosa ben diversa dall’avere una ideologia. Quindi abbiamo come interlocutore una amministrazione assolutamente amica più trasparente di quella rutelliana con cui ho interagito a suo tempo, senza dimenticare mai che questa è la città del Vaticano. Stimo Veltroni anche per la politica che sta facendo fuori dalla questione omosessuale, un sindaco non può essere giudicato solo in base all’approccio che ha verso la comunità gay con cui però è stato chiaro e trasparente.»
Come è andata l’esperienza Gay Village, escludendo il dato meramente commerciale?
«E’ stata una esperienza fondamentale prima di tutto perché mi ha permesso di interagire con altre realtà che io non conoscevo in modo approfondito, proprio perché chiusa nel ghetto del Mario Mieli, che non ti premette di uscire fuori. Ho riprovato l’emozione di appartenere ad una comunità, di sentirmi a casa mia, ho provato ad esempio l’emozione di tentare la sperimentazione del teatro e vederla riuscita, per noi è stata una scommessa portare il teatro in un palco così poco appropriato in una struttura se vuoi sovversiva rispetto alle regole del silenzio e dell’attenzione. Mi è piaciuto molto che ci fossero bambini tra noi e colleghi e amici eterosessuali.
Sono stata felicissima che le librerie, a cominciare dalla Libreria delle Donne, abbiano avuto una vendita di libri eccezionale. Ho provato un grande senso di appartenenza, cosa che non sentivo più perché questa mancata riconoscenza, questa invidia di basso profilo, da parte di persone che oggi sono grandi grazie anche al grande lavoro della sottoscritta, mi aveva ferito.
Io me ne sono andata via dal Mieli affermando delle cose molto semplici: non si può più continuare ad essere superficiali verso l’interno e verso l’esterno. La comunità va rispettata tutta, ha bisogno di servizi e soprattutto non si esaurisce dentro al contesto delle feste, o dentro al contesto di Imma Battaglia e del Mario Mieli, perché c’è una comunità enorme che con il Gay Village finalmente è venuta fuori.»
Allora la sentenza di Moretto per cui rappresentate aspetti distinti e distanti, è in qualche modo corretta?
«Io, come anche Federico, sono per la politica delle alleanze. Per cui allargheremo sempre a tutti quelli che vogliono esserci e chi non ci sarà avrà scelto di non esserci per differenza, ma viva le differenze! Se noi che siamo Diversi vogliamo l’omologazione del Diverso in un unico pensiero secondo me dobbiamo andare dall’analista perché la Diversità esiste anche all’interno della Diversità stessa.»
di Monica Giovannoni
