
Il Truvada, un farmaco già usato per la cura dei pazienti sieropositivi, si è rivelato utile anche nell’abbattere le probabilità di nuove infezioni. Nulla a che vedere con un’ipotetica applicazione preventiva, che nella realtà prevederebbe di poter fare sesso non protetto e di affidarsi quindi a quel 44% di probabilità – questa l’efficacia dell’impiego della pillola – intercettate dal farmaco. Lo studio condotto dal Centro per il Controllo e la Prevenzione delle malattie statunitense comunque è un importante passo per capire ulteriormente i meccanismi per attaccare il virus in modi fino ad ora tralasciati dalla ricerca.
Il direttore del Dipartimento del farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità, Stefano Vella ha parlato “di uno studio molto importante, che rappresenta un passo avanti nella lotta a questa malattia”. Altro discorso è l’applicazione pratica che un simile farmaco potrebbe avere: “Potrebbe essere destinato alla popolazione a più alto rischio di contagio – ha detto Vella – ma non si può pensare ad un suo utilizzo generalizzato”.

Ma le novità non riguardano solo l’AIDS bensì anche il trattamento dell’Epatite C, una patologia che colpisce il 50% dei sieropositivi. “Con l’epatite C non dobbiamo ripartire da zero: possiamo partire da quello che abbiamo imparato con l’Aids”, spiega Vella. “Stanno per arrivare dei nuovi farmaci, gli inibitori della proteasi, già utilizzati per il trattamento dell’infezione da Hiv”. Sono medicinali “in grado di arrivare dritti al virus. E come ieri hanno rivoluzionato la storia naturale dell’Aids, oggi lo faranno con quella dell’epatite C”. Anche secondo Raffaele Bruno, del dipartimento di malattie infettive della Fondazione Irccs San Matteo di Pavia e segretario Aisf (Associazione italiana per lo studio del fegato) “ci stiamo avviando verso una nuova era della terapia dell’epatite C”. L’obiettivo, sottolinea, “è aumentare sempre di più la percentuale di pazienti che guariscono”.
