
La Corte Suprema indiana ha annullato una sentenza di un tribunale di New Delhi che nel 2009 aveva legalizzato i rapporti fra omosessuali. La decisione e’ giunta in seguito a diverse petizioni di associazioni religiose contrarie alla depenalizzazione del reato previsto dal Codice penale indiano che vieta le relazioni tra adulti omosessuali consenzienti in quanto “contro natura” e che era stato introdotto durante l’epoca coloniale britannica.
La sentenza era attesa fin dal marzo 2012, quando la Corte suprema si era “riservata” il giudizio, e per circa un mese i giudici hanno ascoltato quotidianamente le ragioni dei gruppi a favore e contro l’abolizione della legge anti-gay. A favore della legalizzazione dell’omosessualità si era dichiarato anche il governo indiano, sostenendo che il Paese, prima del dominio coloniale inglese, era molto più tollerante verso le relazioni tra individui dello stesso sesso.
A favore dell’abolizione del reato si erano schierate le associazioni di diritti umani, organizzazioni non governative e i gruppi Lgbt (lesbiche, gay, bisex e trans). Mentre diverse associazioni religiose indù, mussulmane e cristiane, e anche il famoso guru Baba Ramdev, si erano opposti. A ricorrere contro l’abolizione della legge, è stato anche un politico del centro-destra del Bharatya Janata Party (Bjp), il partito dell’Opposizione che di recente ha vinto le elezioni amministrative in quattro Stati sconfiggendo il partito laico del Congresso.
