Corpi nudi color ebano rilucenti sotto la doccia. Grace li spia con mal dissimulato desiderio e si rifugia nel letto dove si masturba violentemente con una coperta arrotolata. «Pelle nera, pura potenza virile» commenta la voce off. È curiosamente erotico il nuovo capolavoro del sorprendente maestro danese Lars Von Trier, ‘Manderlay‘, secondo episodio della trilogia americana iniziata con l’innovativo ‘Dogville‘.

Siamo sempre negli anni ’30, quelli della Grande Depressione. Ritroviamo la bella Grace (non più Nicole Kidman ma la rosseggiante Bryce Dallas Howard, figlia di Ron Howard) insieme al padre e un manipolo di gangster diretti in Alabama dove si fermano davanti a una piccola piantagione di cotone, ‘Manderlay’ (stesso nome della magione nell’hitchcockiano ‘Rebecca, la prima moglie‘). Qui Grace assiste alla fustigazione di un nero possente e decide di aiutare la comunità ridotta in schiavitù dalla morente padrona bianca Mam. Le nuove regole di presunta democrazia creano però squilibri nella comunità e Grace combinerà tanti e tali pasticci da dover ricorrere lei stessa a quelle sonore frustate che tanto aborriva.

Ideato alla stregua di ‘Dogville‘ con una messa in scena brechtiana fatta di stilizzazioni teatrali con accenni scenografici e strisce di gesso sul pavimento, questa volta nere su sfondo bianco, come in ‘Piccola città‘ di Thornton Wilder, farà impazzire di piacere chi ha adorato il primo episodio e disgusterà gli altri: come di consueto ha spezzato in due la critica che ha gridato da una parte al “capolavoro, i dialoghi sono tra i più belli sentiti al cinema da trent’anni” (Maurizio Cabona) e dall’altra a “una pura operazione di furbizia” (Paolo Mereghetti).

Eppure Von Trier fa riflettere non poco su quanto sia difficile esportare un modello di democrazia, quanta falsità ci sia nella politica interventista americana, quanto la questione black sia un nodo cruciale nella storia degli Usa, quanto sia facile congegnare ingannevoli trucchi nel gioco del potere (geniale l’idea del libro delle regole di Mam che divide gli schiavi in sette categorie in base al loro carattere).

L’emergente Bryce Dallas Howard, dolce e malvagia allo stesso tempo, se la cava egregiamente anche se ha una presenza scenica meno catalizzante della Kidman ma la vera rivelazione del film è il nero statuario Isaach De Bankolé nei panni dell’orgoglioso Timothy, un monumentale colosso di nervi e muscoli, occhi distanziati da agile gazzella, un fascino irruente e selvaggio che sarebbe stato un soggetto ideale per il grande Mapplethorpe. Personaggio ambiguo e sfuggente, il suo, capace di ingannare le umili origini ‘Mensi’ spacciandosi per quelle nobili dei ‘Mansi’ grazie alle sue doti di grande amatore (la scena in cui Grace viene posseduta sul letto di Mam con un fazzoletto sul volto e poi osserva il cavallo infuocato di Timothy fuggire nel buio è di grande intensità). E dire che anche la stessa Grace non lesina in quanto a vigliaccate, come quando fa addormentare la vecchia Wilma, colpevole di aver rubato della carne destinata a una bambina malata, per poi assestarle una crudelissima punizione che non vi riveliamo.

Bellissima, sui titoli di coda, la carrellata di foto con neri vessati al ritmo – come in ‘Dogville’ – della travolgente canzone di David Bowie ‘Young Americans‘. Recitato splendidamente da un gruppo di attori super affiatati (ci sono, tra gli altri, Danny Glover nel ruolo del vecchio saggio Wilhelm che nasconde un importante segreto sulla comunità di Manderlay e una splendida Lauren Bacall in quello brevissimo della tenutaria Mam), lascia i suoi fans col fiato sospeso per quello che potrà avvenire nell’ultimo episodio della trilogia, ‘Washington‘, che ha però una gestazione difficile: Lars ha dichiarato che ha problemi nel far funzionare la sceneggiatura e vorrebbe nuovamente la Kidman nei panni di Grace nonché Bryce Dallas Howard in quelli della sorella. Non sarà però in lavorazione prima del 2007.

L’imprevedibile dogmatico si sta ora invece dedicando a una commedia, ‘My Man the President‘, in cui il proprietario di un’azienda informatica è costretto a pagare un attore che interpreti il ruolo del presidente di una compagnia fittizia creata apposta per sfuggire ai suoi creditori. Nel ruolo dei protagonisti il bravo Jens Albinus, l’arguto Stoffer di ‘Idioti’, e la magnifica Iben Hjejle, la solare Laura in ‘Alta Fedeltà’ di Stephen Frears. Pare che sarà in puro stile Dogma. E dire che lui stesso ha dichiarato il movimento Dogma concluso nel 2005 dopo dieci anni!
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