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Quando i gay sono “fuoridaigiri”

Circola un presunto pregio di cui vantarsi: essere “fuoridaigiri”. Un aggettivo che molti omoricchioni, potessero, farebbero stampare sulla carta d’identità: Mario “fuoridaigiri” Rossi.

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Ho appena parcheggiato il motorino di fronte alla mia palestra quando vedo davanti all’ingresso una mia vecchia conoscenza. Uno di quei ragazzi del periodo in cui in discoteca ci si andava con le camicie fuori dai pantaloni e per fare colpo su qualcuno gli si regalavano compilation registrate su cassette magnetiche. Con la borsa caricata sulle spalle in pieno stile Sisifo mi dirigo sorridendo verso di lui: “Ma dai, non mi dire che ti sei iscritto anche tu alla “Fxxxxx Fxxxx!?”.  Mi fulmina con un’espressione schifata neppure gli avessi detto di aiutarmi a far partorire una vacca infilando il braccio nell’utero dell’animale per tirare fuori il vitello inzaccherato di placenta.

“Ma fossi matto! È piena di froci? E poi io frequento altri giri. Non quelli dei gay”.

L’avesse detto un tesserato di Forza Nuova sarebbe stato fastidioso ma comprensibile, detto invece da uno che solo fino a qualche anno fa entravi in un locale gay qualsiasi della penisola e lo trovavi appollaiato al bar, in pista a ballare, sulla terrazza a fumare e ai cessi a vendere caramelle e lecca lecca mi fa davvero uno strano effetto. Insomma è l’ennesima vergine dai candidi manti che per il fatto di esser stato 5 giorni lontano dai locali pensa di poter inneggiare al proprio “recupero” come Amy Winehouse dopo 20 minuti in una clinica di riabilitazione.

La cosa però della sua reazione che mi fa davvero andare ai matti è il termine: “fuoridaigiri”.

Un aggettivo che molti omoricchioni, potessero, farebbero stampare sulla carta d’identità: Mario “fuoridaigiri” Rossi. Un titolo di cui vantarsi, convinti che non frequentare locali sia uno stato di cui fregiarsi, non per un reale disinteresse nei confronti di “questi giri” (per carità, fosse davvero così, tanto di cappello) ma frutto di un’imposizione autoinflitta per poterla poi sfoggiare come manco fosse un 4/4 di nobiltà con noi poveri mentecatti che frequentiamo i locali “dai giri” .

Ormai persino sulle più turpi chat gay dilaga la dichiarazione di essere assolutamente uno “fuoridaigiri”, con la convinzione che questo possa attrarre più che se si scrivesse “ho un pene di 26 cm”.

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Ma come ci direbbe qualsiasi studente iscritto già al secondo anno di Sociologia, quando cerchi di tirarti fuori da un contesto sei solo migrato in altro che è pur sempre un contesto. Del resto ne è pieno il mondo di posti “fuoridaigiri”. Serate, feste, cene, zeppe di esuli che creano così altri giri sì ma pur sempre pieni di finocchi dai quali dicono di volersi tenere così tanto a distanza. Francamente mi sfugge quest’avversione viscerale, dogmatica, da Partito Comunista russo anni ’70. Molti vedono l’ambiente gay malsano e pericoloso come l’atollo di Mururoa all’indomani di un test atomico. Come se a fare questo famoso “ambiente” non fossimo noi ma un’entità esterna e corruttrice.

Insomma sto “fuoridaigiri” è davvero ridicolo. Del resto non mi pare che le accademie straniere vengano prese d’assalto da miriadi di gay intellettualmente annoiati dai soliti bar gay. Né mi sembra che la crisi del cinema d’autore sia stata risollevata grazie a frotte di omoerotici trend-setter. E tantomeno ce li vedo a lanciare freccette nei pub irlandesi traccannando ettolitri di Guinness. Quindi questo “fuoridaigiri”, dove diamine sta?

Insomma, qui non si mette minimamente in discussione il gusto personale. Se sei pazzo per la musica elettronica è comprensibile che il Borgo o il Circolo degli artisti abbiano su di te lo stesso effetto di un dito infilato in un occhio. Ma l’idea di escludere a priori un posto solo perché ci sono “i gay” lo trovo un atteggiamento ipocrita e vagamente intollerante. Spesso questa mitica terra di mezzo del “fuoridaigiri” è solo un luogo formalmente diverso ma che poi non è tanto differente dal solito mainstream se non per il look e le location. Non credo di essere l’unico ad essere finito (io davvero per caso) in feste dove, anche davanti ad un potage o con il pendolo di Foucault piantato nella libreria accanto al Faust (in lingua originale) si finisse poi sempre e comunque a parlare di genitali e fondischiena.

Contesto. È questa la sola differenza. Lecito senza dubbio volerne trovare di diversi, per carità, ma per favore, per pietà, che almeno non si abbia quella spocchia altezzosa e insopportabile di chi ha appena scoperto l’ubicazione della valle dell’Eden.

di Insy Loan ad alcuni meglio noto come Alessandro Michetti