È uno degli attori più cool del momento, Jake Gyllenhaal, fascino vagamente latino ma poco macho, sensibile ma maschio, esponente di quella Nuova Hollywood molto attenta alle tendenze contemporanee e ai gusti dei giovani. Domenica prossima potrebbe anche vincere un Oscar come attore non protagonista grazie al suo tenero Jack Twist dall’occhio di cerbiatto in ‘Brokeback Mountain’, nonostante la concorrenza sia davvero agguerrita: probabilmente la spunterà George Clooney per il suo ex agente CIA strabolso nell’intricatissimo ‘Syriana’ di Stephen Gaghan, anche perché il suo ‘Good Night and Good Luck’ resterà quasi sicuramente a bocca asciutta, oppure il fido allenatore omofilo del boxeur Jim Braddock alias Russell Crowe interpretato dal bravo caratterista Paul Giamatti in ‘Cinderella Man’.

La strada di Gyllenhaal verso il successo gliel’ha sicuramente spianata la sua famiglia wasp di origini nobili svedesi, intrisa d’arte cinematografica fino al midollo: papà Stephen è regista tv (‘Felicity’), mamma Naomi è sceneggiatrice e produttrice, e sua sorella Maggie anche lei attrice (era la segretaria sadomaso di ‘Secretary’). Tutti artisti californiani ben visti dall’upper class U.S.A., grandi amici dei Clinton, che probabilmente non videro di buon occhio la fuga di Jacob Benjamin dopo due anni dalla Columbia University dove insegna lo stimato primo marito di sua madre, lo storico Eric Foner. Ma Jake aveva il cinema in irrefrenabile circolo nel sangue e lo dimostrò già a undici anni quando esordì nel 1991 in ‘Scappo dalla città – la vita, l’amore, le vacche’.

Il vero successo è arrivato però solo dieci anni dopo, con quel misterioso oggetto di culto che è l’inquietante ‘Donnie Darko‘, discesa negli incubi della paranoia e del terrore adorata dai giovani all’inverosimile. Seguirono ruoli non incisivi ma importanti a fianco di grandi star come Jennifer Aniston (‘The Good Girl’), Dustin Hoffman e Susan Sarandon (‘The Moonlight Mile’) e Dennis Quaid (‘The Day After Tomorrow’). La vera consacrazione arriva però adesso grazie al suo cowboy gay innamorato che è ormai già entrato nella storia del cinema come uno dei personaggi omo più romantici e memorabili.
Di Jake si conoscono fidanzamenti vip con…
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Di Jake si conoscono fidanzamenti vip con la collega Kirsten Dunst, con cui convisse per un breve periodo, Natalie Portman e Sophia Bush. Le riviste ‘E!’ e ‘Details’ hanno rumoreggiato su una sua presunta bisessualità a cui Jake ha risposto: «Non sono sessualmente attratto dagli uomini ma non mi spaventerei se succedesse».

Possiamo vederlo al cinema anche in ‘Jarhead’, opera terza dell’interessante autore di ‘American Beauty’ Sam Mendes, un curioso film di guerra-non guerra curiosamente antimachista sul conflitto del Golfo in cui lo spaesamento dei marines per la loro inattività nel deserto diventa frustrazione e follia. Il nostro Jake, dai muscoli molto più torniti che in ‘Brokeback Mountain’, veste i panni del protagonista Anthony Swofford (vero nome dell’autore dell’omonimo bestseller da cui è tratto il film) e lo fa con una dedizione e un’aderenza encomiabili. Il film è colmo di ammiccamenti gay (già in ‘American Beauty’, vi ricordate? Sarà un caso?) come la scena della finta orgia tra i soldati nel deserto davanti alla giornalista, gli scherzi camerateschi tra i marines, una curiosa tendenza alla contemplazione dei fondoschiena sotto le docce, lo spogliarello di Anthony-Jake con tanto di cappello natalizio usato come improvvisato cache-sex.

‘Jarhead’ vuol essere un atto d’accusa contro l’inutilità di ogni guerra e colpisce nel segno nonostante ogni tanto giri a vuoto e indugi in semplificazioni sulla vita militare in cui viene a mancare ogni disciplina, descrivendola in maniera troppo simile ad un accampamento di boy-scout giocherelloni. Citazionista ma in maniera consapevole (l’incipit è un omaggio a ‘Full Metal Jacket’ ma tutto il film è pieno di riferimenti metalinguistici a ‘M.A.S.H.’, ‘Il cacciatore’, ‘Apocalypse Now’, ‘Lawrence d’Arabia’), descrive un conflitto bellico che diventa interiore quando il nemico non c’è (e bisogna inventarselo, pur di riuscire a sparare) e dove la solidarietà dei compagni diventa più importante dell’appoggio della fidanzata che colpisce più di una fucilata se ti tradisce o ti ignora. Il fedele compagno di Anthony, Troy, è interpretato da Peter Sarsgaard (‘Kinsey‘) che rischia di diventare cognato di Jake nella vita, essendo stabilmente fidanzato con sua sorella Maggie.

Domani esce un altro film con Jake Gyllenhaal, ‘Proof – La prova’ dell’autore di ‘Shakespeare in Love’ John Madden, uno dei più sottovalutati e ignorati al Festival di Venezia, tratto dall’omonima pièce del premio Pulitzer David Auburn già rappresentata nei teatri del West End londinesi dalla stessa protagonista della pellicola, Gwyneth Paltrow. L’attrice losangelina interpreta la ventisettenne Catherine, costretta ad abbandonare gli studi universitari intrapresi sulle orme del padre per accudire il genitore malato di schizofrenia (Anthony Hopkins), un celebre e stimato matematico. Quando questi muore, l’afflitta Catherine deve ospitare per il funerale la petulante sorella Claire (Hope Davis) che non sopporta e inizia a frequentare un ex allievo di suo padre con l’hobby della batteria rock, Hal (il nostro Jake Gyllenhaal) che scopre in 103 quaderni del defunto un’importante dimostrazione di teoria dei numeri. Quando Catherine gli rivela che quel lavoro è frutto del suo ingegno, Hal non le crede e si allontana da lei cercando di impossessarsi dei manoscritti.

Superbe interpretazioni di un quartetto d’attori meravigliosamente affiatato, tra cui spiccano una Gwyneth Paltrow forse nella sua prova migliore di sempre, perfetta nel suo pallore dolente e dimesso e un gigantesco Anthony Hopkins vibrante e sottile nel trasmettere il profondo dolore davanti alla consapevolezza dell’abbandono della razionalità mentale. Non solo genialità e follia, comunque, ma un’intelligente riflessione sul significato della fiducia in una relazione amorosa e sul labile confine tra verità e menzogna nel labirinto dei sentimenti che non si possono esprimere con la precisa lucidità e inconfutabilità di una formula matematica. Jake qui è un po’ in ombra, ma sa esprimere comunque con delicatezza e misura la tensione del suo enigmatico Hal diviso tra fredda ambizione e passione romantica. Un personaggio che contribuirà alla definizione di un attore che sta diventando il simbolo di un nuovo modello di eroe sentimentale, ideale per un’identificazione sia etero che gay. E per quanto riguarda gli Oscar, in bocca al lupo, Jake!
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